Dall’ago all’ego. Storia di un donatore.

Le occasioni per mettere in atto un gesto di bontà mi si presentano copiose quotidianamente: dal ragazzo che al semaforo mi vuol vendere i fazzolettini, alla vecchietta che trascina a piedi verso casa le pesanti borse delle spesa; dalla famigliola che mi chiede una moneta davanti alla chiesa, al signore che recupera i soldi del carrello all’uscita del supermercato. Momenti in cui la mia risposta immediata è necessariamente legata al temporaneo stato d’animo che condiziona la mia vita.

Quando, invece, a casa chiama la FIDAS, la mia coscienza porta la mia mente in una dimensione esterna alla realtà quotidiana, e qualsiasi sia il mio stato d’animo, io rispondo con la mia disponibilità, nella piena consapevolezza che ad un bisognoso necessita fortemente il mio aiuto, o di quello che poche persone come me sono in grado di dare. Poche, sì, perché non tutti possiamo o (nella variante più triste) siamo disposti a donare al prossimo l’essenza stessa della vita.

 

Rispetto alle occasioni giornaliere in cui viene messa in moto la mia coscienza altruista, nel donare il sangue subentra un aspetto che mi affascina profondamente: la manifestazione volontaria e consapevole dell’offrire parte di sé per un estraneo che mai potrà ringraziarmi personalmente per aver contribuito alla sua esistenza. Un concetto di gratuità che non riguarda solo l’assenza di una ricompensa monetaria, ma anche di un diretto ritorno morale al mio gesto: non si tratta di elemosina, ma di intimo altruismo, slegato dalla ricerca della fama o dell’affermazione personale nella società, dell’eroismo.

Chi non dona non riesce a comprendere questa peculiarità del volontariato del sangue, mostrandosi “teoricamente” disponibile a trasformarsi in donatore occasionale a favore di un conoscente, qualora egli, malauguratamente, dovesse  trovarsi nel bisogno, ma “praticamente” indifferente verso il misterioso, ma “vero” e tragicamente immediato, bisognoso.

 

Chi scrive è un anziano donatore; anziano d’età, ahimè, nonché di donazioni, ma questo mi riempie d’orgoglio! Ben cinquanta volte ho risposto all’appello della mia associazione e della mia città; ben cinquanta volte un cerotto, nascosto dalle maniche della camicia, ha premiato il mio gesto; un gesto che ha rubato poco tempo alla mia vita, regalandone molto a ben cinquanta persone. E l’entusiasmo, fortunatamente, non è restato quello del primo giorno: in questo tipo di volontariato, fatto di un intimo, muto e segreto rapporto tra se stessi, si va solo a migliorare!

La prima donazione, non lo nego, non si dimentica mai, specie per la sensazione di imbarazzante “fifa” legata all’idea dell’ago, una “paura” che prende te che stai bene, ma che è costretto a superare immediatamente chi vive nella disperata speranza del tuo aiuto. Una volta entrati in quest’ordine di idee, le successive donazioni iniziano a diventare veri appuntamenti con la propria coscienza.

 

Con le donazioni, l’ego del donatore inizia ad arricchirsi di un gradevolissimo, pur sempre intimo, senso di utilità civile e sociale che, purtroppo, periodicamente, ed in maniera sempre dolorosa, va scontrandosi verso l’impotenza. Spesso capita di dover posticipare la donazione a causa dell’influenza (che d’inverno colpisce donatori e riceventi, ricordiamolo), oppure a causa dei referti non sempre positivi delle analisi pre-donazione (analisi cui il donatore è sottoposto in modo assolutamente gratuito per accertarne la buona salute). Rari e perlopiù banali episodi che fanno sentire, però, un donatore come me tristemente inadeguato, incapace di portare a termine la sua umile vocazione: aiutare chi ha bisogno.

Un percorso obbligato, dunque, quello del donatore, che ci spinge a vincere l’ago e l’ego, le paure e l’eroismo, che ci muove a far proselitismo per combattere la mentalità retrograda ed egoista a causa della quale una cittadina semplice come la nostra non conosce ancora l’autosufficienza nella soddisfazione del bisogno del sangue.

 

G. Geraci


Condividi | |

I commenti sono disabilitati.